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  L'identità San Giuseppe svelata dalla ricognizione delle reliquie  
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L'identità di San Giuseppe svelata dalla
ricognizione delle reliquie



di Mons. Giuseppe Chiaretti*


Il 2 dicembre 2011 si è conclusa la ricognizione canonica del corpo di S. Giuseppe da Leonessa, iniziata il 21 settembre 2011. Il vescovo emerito di Perugia e Città della Pieve, Mons. Giuseppe Chiaretti ha tratto alcuni tratti salienti della personalità del Santo dalla ricognizione delle spoglie del Santo. Fanno da cornice a questo evento straordinario alcune foto. Il vescovo di Rieti Mons. Delio Lucarelli dopo aver ricevuto il rescritto dalla congregazone delle Cause dei Santi per procedere alla ricognizione dei resti mortali di S. Giuseppe da Leonessa, ha provveduto a formare il Tribunale ecclesiastico nominando le seguenti persone, ciascuna con un ruolo specificio. Giudice delegato: il Rev.do Maceroni Mons. Giovanni. Promotore di Giustizia: il Rev.do Palombarini Padre Paolo ofm cap. Notai attuari: il Rev.do Dell'Uomo Don Emanuele, il Commendatore Forconi Giuseppe, il Geom. Vannimartini Quinto e il Sig. Conti Franco. Periti Medici: il dott. Palla Maurizio, il dott. Rosati Maurizio, il dott. Costantini Gaetano e la dott.ssa Santoni Cecilia. Periti tecnici: i signori Pietrangeli Mauro e Pietrangeli Mirko dell'Agenzia Funebre Pietrangeli con la collaborazione di personale qualificato. Fotografo: il Rev.do Pendenza Padre Anavio ofm cap.

Conosciamo molti eroismi dalla sua biografia e dai processi canonici, e non è affatto retorico usare l'aggettivo di GRANDE. Lo è stato persino nella sua preparazione teologica, legata al Concilio di Trento, e nella sua ricca formazione culturale favorito dallo zio, tanto da essere presentato dal suo ultimo colto biografo, p. Gianmaria da Spirano, come un testimone di quell'umanesimo cristiano che caratterizzò la Chiesa del suo secolo.

È grande nella santità d'una vita stracolma di preghiera. Anche di lui si può dire, come di S. Francesco, che era un "uomo fatto preghiera", non esclusa l'estasi, e come di S. Domenico, "parlava con Dio o parlava di Dio".
Grande nella carità come autentico benefattore sociale: innumerevoli gli interventi di beneficenza a vantaggio dei poveri, con la fondazione di molti Monti di Pietà e Monti frumentari, di Ospedali, che lui chiamava "casa di Dio" (l'Hotel Dieu, come si dice ancora oggi in Francia), con la moltiplicazione di pane e di legumi per i poveri, con pacificazioni tra paesi rivali e fazioni avverse, su richiesta anche delle Autorità politiche che ben conoscevano la forza persuasiva dei suoi interventi, con l'erezione di cappelle e croci un pò ovunque come segni di pace e inviti alla preghiera.
Grande come taumaturgo, richiesto di innumerevoli interventi miracolosi a favore di malati, di miserabili, di famiglie, e soprattutto di bambini, lui che fu orfano precoce e soffrì molto per questa orfanezza. Non ho timore di dire che è stato uno dei santi più taumaturghi della Chiesa. E può essere considerato a buon titolo protettore particolare di bambini, come mostrano i miracoli scelti per la beatificazione (un bambino di Leonessa e un giovane di Amatrice) e per la canonizzazione (due bambini uno di Leonessa e una fanciulla di Montereale), con miracoli che non sono funzionali ma organici, e cioè richiedono la creazione immediata di organi.

Ma ci sono aspetti di grandezza che proprio l'ultima ricognizione ha messo in ulteriore chiara evidenza: la sua grandezza come evangelizzatore itinerante e come martire della sofferenza.

Indefesso Evangelizzatore itinerante


Le tibie robuste con la loro cresta ossea testimoniano una prolungata e tenace itineranza, richiesta peraltro dalla sua missione ufficiale di predicatore, di zelante catechista ed educatore di grandi e piccoli, di ricercato evangelizzatore nell'Italia centrale dopo il Concilio di Trento, di audace missionario tra i Turchi a Costantinopoli dopo Lepanto. E' anzi il grande evangelizzatore popolare del dopo concilio tridentino. Frate Giuseppe da Leonessa, che era un uomo robusto di circa 1,70-1,75 cm di altezza, camminava moltissimo e sempre a piedi.
La sua predicazione non si fermava mai al paese che lo aveva invitato, ma si apriva a tutti i paesi e le chiese del territorio. I testimoni parlano più volte di innumerevoli prediche ogni giorno. Nel 1604, ad esempio, predicando la quaresima a Castel S. Maria di Norcia, fece molte altre prediche nei paesi intorno; il suo compagno fra Bernardino da Norcia ne contò ben 131! Parimenti nella quaresima del 1606 a S. Giacomo di Spoleto, i testimoni parlano di oltre dieci prediche al giorno! E così sempre e dovunque.

Di tale intensa predicazione è rimasto un segno eloquente, e cioè la sua laringe che, anziché corrompersi come i tessuti di cartilagine, s'è conservata robusta ed intatta, completamente ossificata come per altri grandi predicatori, quali sant'Antonio di Padova e san Leonardo da Porto Maurizio. È auspicabile che si provveda a conservare questa insigne reliquia della laringe incorrotta in apposito reliquiario: è infatti un bel segno di identità del Santo di Leonessa.

Incredibile Martire della sofferenza


La ricognizione ha ben documentato anche la terribile ultima sofferenza che ha condotto San Giuseppe a morte: il tumore all'inguine. E' ben visibile infatti la corrosione della branca ilioischio- pubica destra, con segni evidenti dell'osteosarcoma. Lo hanno bene evidenziato i medici leonessani Maurizio Palla, Gaetano Costantini e Maurizio Rosati, che hanno assistito alla ricognizione e relazionato per gli aspetti tecnici. Tale atroce sofferenza ha accompagnato il Santo negli ultimi anni della sua vita.

Già nel 1596, mentre era di convento a Spoleto, fra Giuseppe fu assalito da "dolori colici", che ebbe poi altre volte. Nel 1604 ebbe gravi sofferenze con febbre, tanto da sospendere le prediche la domenica di passione e ricoverarsi a Norcia per curarsi. In quella occasione il provinciale p. Paolo da Correggio gli proibì di portare il pesantissimo giacco di crini di cavallo "che gli arrivava sino a mezza coscia".

Nel 1607, durante il guardianato di Collepepe, fu costretto a consegnare "con ogni segretezza" a p. Michelangelo da Spina gli strumenti di penitenza che portava addosso.

Nel 1609, giunto in visita al convento di Spello, fu costretto a farsi togliere con una "tenaglia da foco" da fra Giovanni Battista di Spello una pesante catena di ferro che gli si era internata nella carni e causava atroci sofferenze, ma se ne fece subito procurare un'altra da fra Ludovico da Perugia.

Durante l'ottava di Pasqua del 1611, dopo la predicazione dell'ultimo suo quaresimale a Lama di Città di Castello, s'ammalò di nuovo "di leggerissima febbre o flusso". Cessato dall'incarico di segretario del provinciale, per recuperare forze fu mandato di famiglia al convento di Montereale, dove fu colpito anche da "un ramo di goccia". Fu trasferito prima a Leonessa, quindi ad Amatrice, dov'era guardiano il nipote p. Francesco Chiodoli e dove continuò le predicazioni nei paesi d'intorno. Fu ancora a Leonessa per l'ultima visita alla sua città natale, ed infine ad Amatrice.

Il 28 dicembre il tumore all'inguine si rivelò in tutta la sua gravità e il Santo fu costretto a letto senza più poter celebrare, limitandosi ad alzarsi "strascinuni strascinuni" per ricevere genuflesso l'eucarestia. Il 2 e 3 febbraio 1612 l'equipe medica che lo aveva in cura procedette a due dolorosi interventi che risultarono inutili. Ne ricorda lo strazio un altro santo, S. Alfonso De Liguori, nella sua celeberrima "Pratica di amar Gesù Cristo", al cap. XIV: "San Giuseppe da Leonessa cappuccino, dovendo il chirurgo dargli un gran taglio, e volendo i frati legarlo con funi acciocchè non facesse moto per la veemenza del dolore, prese in mano il crocifisso e gli disse: "Che funi che funi! Ecco chi mi lega a soffrire con pace ogni dolore per amor suo!". E così soffrì il taglio senza lagnarsi".

In tal modo, come ho già avuto modo di scrivere: "I rozzi metodi della cerusia del tempo, che non conosceva né anestesia né antisepsi, portarono a compimento il martirio già avviato a Costantinopoli e perfezionato sempre più con le straordinarie penitenze del ventennio apostolico". Quel martirio comunque raccolse immediatamente i suoi frutti: uno dei medici presenti all'intervento, alla vista di tanta virtù, si emendò d'un suo vizio segreto e cambiò vita" (Archivio Leonessano, p.137).

C'è chi, soprattutto oggi, guardando nell'urna delle reliquie accanto al mausoleo del Santo, inorridisce al vedere gli strumenti di penitenza usati sul nudo corpo dal Santo: dal cerchio di ferro, alla catena per la disciplina, al giacco di crini di cavallo. Penitenze fisiche che si aggiungevano ai frequenti digiuni e ai tanti ritrovati per rendere disgustoso il già austero pasto: si ricordi la storia della nauseabonda pignatta di fave nella predicazione quaresimale a Ferentillo.

Quella di San Giuseppe è, con ogni evidenza, una spiritualità che, com'era negli usi ascetici del tempo (anche in San Francesco), si rifà alla rude imitazione delle sofferenze del Cristo, ripetendole nel proprio corpo secondo le celeberrime parole di Paolo: "Per voi do compimento a ciò che dei patimenti di Cristo manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa" (Col. 1,24). Dopo la crisi della cristianità sfociata nella ribellione di Lutero, queste parole di Paolo ebbero ancor più forte risonanza nei santi e nelle nuove istituzioni religiose del Concilio di Trento, e tra di esse l'Ordine dei Cappuccini, il quale rilanciò sin dagli inizi l'uso della flagellazione personale non simbolica. Si tenga presente che il giovane Eufranio aveva partecipato a tali pratiche penitenziali già nell'oratorio di Leonessa (chiesa del Salvatore), animato dai cappuccini della prima ora. Più tardi scriverà: "Colui che ama la vita di contemplazione ha il grave dovere di uscire nel mondo a predicare, soprattutto quando le idee degli uomini sono molto confuse e sulla terra abbonda l'iniquità": come ai suoi tempi.

Si comprende, allora, perché a fra Giuseppe si chiedessero grazie e favori spirituali d'ogni tipo, e tali grazie venissero a lui da Dio concesse.


* Arcivescovo emerito di Perugia - Città della Pieve

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